Alle
quattro forze aeree europee che l'hanno ordinato, mantenerlo in linea
costerà il 50 per cento di quanto avranno già speso per acquistarlo,
vuole dire 15-18 miliardi di Euro, al posto di circa 36 miliardi di
ricavato. Da uno studio sui benefici economici e industriali del
programma del caccia europeo Typhoon, redatto l'anno scorso da
un'università Americana su "ispirazione" del Consorzio Eurofighter.
Questo dato la dice lunga sul considerevole impegno economico richiesto
nella gestione delle flotte di aerei di combattimento dell'ultima
generazione.
Criticato, osteggiato da più parti per l'estrema
complessità e onerosità della sua gestione al punto da far dichiarare a
numerosi addetti ai lavori che l'Eurofighter resterà l'ultima
esperienza di collaborazione europea allargata nel campo dei velivoli
da combattimento. L'analisi del Centre of New York giunge alla
conclusione, fin troppo ovvia, che il programma quadrinazionale
promette però dei ritorni industriali, tecnologici, economici ed
occupazionali irrinunciabili per il Vecchio Continente. I membri del
consorzio Eurofighter Typhoon sono l’Inghilterra, Germania, Italia e
Spagna. Il lavoro d’assemblaggiofu diviso tra i vari Paesi partecipanti, rispettivamente:
37% British Aerospace (Gran Bretagna)
29% Daimler-Benz (Germania)
19,5% Alenia Aeronautica (Italia)
14% CASA (Spagna).
Attualmente sono oltre 60.000 le persone nelle quattro nazioni partner, di cui 12.000 in Italia, coinvolte nel programma. Nel caso del Typhoon, a sostenere queste capacità produttive, superiori oggi a tre velivoli al mese, vi è un portafoglio fornitori costituito da oltre 600 società, delle quali più di 200 in Italia. In fase di picco della produzione, il Team Eurofighter, estima che darà lavoro a oltre 120.000 persone in Europa, di cui 24.000 in Italia.
Ma tutto ciò è una contraddizione dalla quale è difficile uscire - se non semplicemente acquistando prodotti americani e tutto all’più partecipando al loro sviluppo, ma rinunciando alla lunga alla competitività nel campo delle tecnologie aeronautiche più avanzate - e che continua a rappresentare un dilemma per gli Stati maggiori.
Lo
studio pone l'accento sulla validità economica intrinseca del programma
Eurofighter, per il quale si stima un saldo attivo finale (tenendo
contro dell'export) di 43-63 miliardi di euro, nonostante i ritardi e
gli aggravi di costo, che in ogni caso risulterebbero molto inferiori a
quelli del programma americano F-22. Paragone forse un poco azzardato,
essendo i due caccia diversi per concezione, compiti e capacità e
variando enormemente la quantità di aerei ordinati. Gripen e Rafaele
sono aerei diversi per costruzione e prestazioni. Stesso discorso fra
Rafale e Typhoon, figuriamoci poi il paragone con l'F-22.
Dai rapporti del GAO (la Corte dei Conti americana) si apprende che tutti gli obiettivi di prestazioni previsti per l’ F-22 sono stati raggiunti e spesso superati, e tutti i problemi di “dentizione” sono stati risolti. I costi del programma, però, hanno ampiamente sfondato tutte le previsioni, al punto che dai 341 aerei di serie previsti (339 nuovi e 2 di pre-produzione portati allo standard di serie) si è passati ai 277 considerati dall'USAF come requisito minimo, poi a 218 e infine ai 183 attualmente finanziati.Il costo di un singolo F-22, sulla base di una produzione di 183 aerei e comprese le spese sviluppo, si attesta quindi su oltre 330 milioni di dollari, mentre il costo effettivo di produzione di un singolo esemplare è di circa 130 milioni di dollari.
Dopodiché bisogna anche distinguere fra programma e programma. In quello dell'Eurofighter i partner entrarono sapendo già quanti aerei avrebbero acquistato, mentre ancora è sconosciuto quanti F-35 verranno ordinati, e questo cambia i termini della contrattazione. Quanto alla lievitazione dei costi, che è fisiologica, dipende in larga misura anche dalla cosidetta inflazione aeronautica, che marcia a una tassa più che doppio, rispetto a quella dell'economia. Salgono sensibilmente i costi della mano d'opera superspecializzata e in maniera addirittura drammatica quelli dei materiali pregiati, dal titanio - che in poco tempo è aumentato del 30% - al magnesio, al rame - triplicato - allo stesso oro contenuto in certi componenti.
Per
lo sviluppo e la produzione di sottosistemi complessi sono stati
inoltre costituiti, e si interfacciano con Eurofighter, il consorzio
Euroradar per la progettazione e la realizzazione del sistema radar del
velivolo, denominato Captor (Galileo Avionica partecipa al consorzio) e
il consorzio EuroDass (Defensive Aids Sub-System) per la progettazione
e la realizzazione del sottosistema per la protezione del velivolo da
minacce missilistiche a guida radar, laser o termica (anche in questo
caso l’italiana Galileo Avionica partecipa al consorzio). Il programma,
diviso in tre tranche, cosiripartito:
1 Tranche: 148 aerei in produzione nel periodo 2003/2007
2 Tranche: 236 aerei in produzione nel periodo 2007/2012
3 Tranche: 236 aerei in produzione nel periodo 2012/2017
Spirali di costi difficilmente controllabili caratterizzano anche la vita operativa di caccia, che nell'arco della loro vita operativa arrivano a costare più di quanto furono pagati, con le spese di rimodernamento, che spesso costituiscono ulteriori variabili indipendenti.
Ma perchè i caccia costano così tanto? Domanda a questo punto abbastanza retorica alla quale risponde da solo il caso dell'F-22 già citato sopra. Esempio che induce a chiedersi con quali percentuali il resto (motori, materiali vari) concorra a prezzi che hanno toccato il record col bombardiere invisibile B-2, costato più o meno 2.200 miliardi di dollari al pezzo, come un portaerei (provateci Voi a scoprire quanto costa un chilo di Stealth). Una possibile analisi potrebbe essere fatta 100 il valore totale di un aereo, il motore si prende il 25 per cento, la struttura il 30 per cento l'insieme degli equipaggiamenti il restante 45 per cento dei costi totali.
Pensando
all'F-35, il 50 per cento del valore lo assorbe il software, il 10 per
cento il motore, il 40 per cento le strutture e l'avionica. Le prime
centinaia di Jsf di serie a basso rateo di produzione (Lrip) costeranno
circa 115 millioni di dollari. L'Italia firmerà nel 2011-12 il
contratto per la fornitura in regime di Full Rate Production del suo
quantitativo. I F-35 italiani apparterranno al Block 3 e oggi, il loro
prezzo Unit Recurring Fly-Away, Urf (corrispondente più o meno al costo
medio unitario di acquisto) è stabilito, infatti, va dai 45-50 milioni
di dollari per la versione convenzionale e ai 55-60 milioni per quella
Stovl.
Il primo reparto dell’aeronautica italiana ad averlo in dotazione è stato il 4° Stormo con base a Grosseto. Il Typhoon sostituirà nominalmente gli ultimi F-104S come caccia da superiorità aerea, anche se questi ultimi non sono in realtà più operativi e sostituiti nell'impiego in parte da caccia Tornado (nella versione ADV) ottenuti in leasing dalla RAF, ed in parte da caccia F-16 (anch'essi in leasing).
Ma anche questo programma potrà a tutti gli effetti subire ulteriori ed inevitabili lievitazioni dei costi. Vari analisti americani fanno previsioni poco allegre, legate a possibili nuovi tagli da parte del Pentagono, impegnato nei prossimi anni ad affrontare altre priorità tra le quali la "ricostruzione" dell'esercito logoratosi in Iraq. Altra variabile in gioco, il possibile abbandono del Jsf da parte di Danimarca e Norvegia che Saab sta corteggiando col progetto di un Super Gripen. Qualcuno a Washington parla già di costi Ur a regime per una serie di circa 3.000 aerei (2.600 aerei solo per gli Usa e Gran Bretagna) oltre i 100 milioni di dollari.
L’altra parte di questo mondo luccicante di materiali e di prodotti hiper tecnologici e investimenti stratosferici è rappresentata da quelle nazioni che ambirebbero preservare, sostenere o conquistare un posto nell'esclusivo club dei produttori di super caccia. Sapendo benissimo ciò che significa possedere tale prodotti da piazzare nei luoghi opportuni e nei momenti giusti guadagnando influenza geopolitica ed economica nonché militare. Però nella maggioranza dei casi queste nazioni si trovano a fronteggiare tante ambizioni, pochi soldi, problemi di rinnovamento tecnologico e di industrializzazione/produzione. Questo è lo scenario attuale per quanto riguarda i velivoli da combattimento "degli altri" competitori globali.
Con
in testa alla lista la Cina, Russia ed India che vogliono o vorrebbero
mantenere il passo tecnologico dei grandi competitori occidentali, ma
che nel presente non sono in grado o, è il caso specifico della Russia,
pur avendo le capacità scientifiche e in qualche misura tecnologiche
non possiedono nè la struttura industriale nè i capitali finanziari
ingenti per sostenere la nuova rincorsa del settore aeronautico
militare. Anche se recentemente l’attuale presidente della Federazione
Russa Vladimir Putin ha stanziato ingenti capitali da destinare al
rimodernamento dell'industria della difesa russa e al potenziamento
delle forze armate, in particolare distacco per l’aeronautica.
Lo scenario è che, ipoteticamente per il prossimo decennio, si può restare tranquilli, questo, perchè il mercato (e il mondo) non sarà dominato da supercaccia cinesi o indiani, prodotti a prezzi insuperabili e venduti a paesi con intenzioni bellicose in maniera da infiammare il pianeta. Tralasciando in questa lista paesi come il Giappone e Corea del Sud e i loro F-2 e T50/A 50, ottenuti pantografando rispettivamente in grande è in piccolo il caccia statunitense F-16.
Ma in un settore che rappresenta potere e dominio mondiale Pechino sta proseguendo in questi anni pragmaticamente un doppio binario, mettendo in servizio versioni ampiamente migliorate dei caccia di derivazione russi della famiglia Sukoy Su27/Su30 e contemporaneamente proseguendo la via autonoma, simboleggiata dal nuovo caccia J10 (che, coincidenza, mostra una certa discendenza dall'abortito progetto Lavi israeliano) e dal futuribile caccia pesante, senza dimenticare l'addestratore avanzato L15, almeno "ispirato" dallo Yak130. Il JF17FC 1 è ancora un ibrido, come il J8, ottenuto migliorando vecchi progetti russi e non si sà neanche se davvero sarà prodotto in numeri significativi. La Cina ha però il duplice problema di mantenere il passo di crescita tecnologico, acquistando legale o illegalmente, copiando o sviluppando quanto necessario, e compiendo simultaneamente una vera rivoluzione industriale. Però un conto è produrre aerei di 2° e 3°generazione, un altro è attrezzarsi per i ben più costosi e complessi aerei di 4° o 5° generazione.
Quanto
all'India, la peculiarità di quell'industria è quella di creare strani
ibridi che combinano a un'accoppiata cellula/motore "base" avionica,
elettronica e armamenti specifici, sviluppati localmente o acquistati
da altri fornitori, il che spesso crea difficoltà di integrazione e
supporto logistico. La storia infinita del cacciatore leggero nazionale
Tejas dimostra in pieno quanto sia stato difficile proseguire soluzioni
autartiche per New Delhi in termini di costi/tempi/risultati.
Infine la Russia,
gli scienziati e gli ingegneri di Mosca sono sempre a un ottimo livello
di conoscenza tecnologica ma nonostante la ristrutturazione recente del
comparto industriale, che sembra finalmente una realtà, capacità
effettive restano modeste, i costruttori continuano a migliorare, con
ottimi risultati, piatteforme che, pur eccellenti, sono ormai datate.
Gli aerei di nuova produzione entrano in servizio con il contagocce, ma
per lo più ci si adopera per aggiornare una parte di quelli vecchi (Mig
31BM,Su 24M2, Su 39), in attesa di qualcosa di nuovo, come il
fantomatico Sukhoi T50 e il caccia "leggero" MIG di 5° generazione.
Listino dei caccia militari di 4° e 5° generazione
- Dassault Rafale (più di €50m, dipendendo delle vendite all’estero)
- Eurofighter Typhoon: '07 €62m
- Mitsubishi F-2 US$ 100m
- MiG-29 (versione '98 circa US$ 27m)
- MiG-35 '07 US$ 70m
- Sukhoi Su-27US$ 24m
- Sukhoi Su-30 US$ ~38m (varie versioni)
- Sukhoi Su-30K versione per l’Indonesia: '98 US$ 33m
- Sukhoi Su-30MKK/MK2 per la Cina: '98 US$ 38m
- Sukhoi Su-30MKI per l’India: '98 US$ 45m
- Sukhoi Su-30MKM per la Malaysia: '03 US$ 50m
- HAL Tejas circa US$23m
- JF-17 Thunder circa US$ 20m (estime)
- JAS 39 Gripen circa '98 US$ 25m
- Ching Kuo IDF (Taiwan) costi iniziali per unità $ 24m
- F-14 Tomcat '98 US$ 48m
- F-15 Eagle '98 US$ 43m
- F-16 Fighting Falcon ultima versione '98 US$ 25m
- F/A-18E/F Super Hornet '98 US$ 60m
- F-22 Raptor Fly costi estimati US$ 130m
- F-35 Lightning II:
- F-35A US$ 45m
- F-35B > US$ 100m '06
- F-35C US$ 55m
Alla fine dei conti quanto costano i caccia "degli altri" produttori secondari? A spanne, la metà e anche meno degli apparecchi di casa “nostra", ma resta l'enorme ostacolo della loro gestione ed integrazione negli arsenali occidentali. Praticamente, insormontabile.
Per approfondimento
Eurofighter Typhoon ha la possibilità e capacità di agire con efficacia in un contesto di network centralizzato,
ottimizzando il potenziale dell'intera gamma di funzioni operative. Le
operazioni in cui sarà coinvolto potranno essere complesse attività
militari, come - peculiarmente per l'Italia - attività multinazionali
di mantenimento della pace e operazioni di difesa e sicurezza
nazionale, ma anche con missioni di combattimento. La capacità
swing-role (copertura di diversi ruoli nel corso di una stessa
missione) del velivolo rappresenta la soluzione ottimale per soddisfare
le più diverse esigenze di operazioni militari. Grazie alla
straordinaria possibilità di dispiegamento e alle prestazioni negli
ambienti più sofisticati, Eurofighter Typhoon garantisce livelli
incomparabili di flessibilità in un unico velivolo.
Dati principali del velivolo
Lunghezza totale: 15.96 m.
Altezza: 5.28 m.
Apertura alare: 10.95 m.
Peso a vuoto: 11.150 kg
Peso massimo al decollo: 23.500 kg
Propulsori: 2 turbofan Eurojet EJ200
Spinta max senza post-bruc: 60 KN (13.500 lb)
Spinta max con post-bruc.: 90 kN (20.000 lb)
Velocità max: mach 2,0
Fonte: Finmeccanica
Scritto: da LuisB
È già online il fotoblog BelleFoto, raggiungibile all’indirizzo http://bellefoto.fotoblog.it.
Ogni giorno viene proposto lo scatto di un fotografo diverso, di generi
che spaziano dal nudo d’autore, alla moda, al fotoreportage, alla
fotografia naturalistica, al fotogiornalismo, ai ritratti, ecc. Assieme
allo scatto, selezionato dalla redazione tra quelli proposti
dall’autore, è presente una breve biografia e i link ai siti di
riferimento degli autori. E come ogni blog i visitatori hanno
l’opportunità di commentare le immagini e di interagire con il mezzo.
Il principio di base è quello proprio dei blog autogestiti, sono, infatti, gli stessi fotografi a proporre alcune loro immagini alla redazione, unicamente al fine di creare una vetrina di alto profilo in cui far girare a rotazione le immagini, offrendo nel contempo uno spazio a giovani emergenti di talento di proporre il loro lavoro e creando uno spazio contenutistico di alto profilo di cui possono godere tutti gli utenti.
Link
Scritto: da LuisB
La
discografia canta vittoria per i risultati conseguiti dalla musica
digitale. La International Federation of the Phonographic Industry
(Ifpi), l’associazione dei discografici, ha annunciato che le vendite
di musica digitale nel 2006 hanno raggiunto la cifra record di 2
miliardi di dollari.
I singoli scaricati sono cresciuti dell’89% a 795 milioni. Le vendite in formato digitale rappresentano solo il 10% dell’interno mercato musicale, ma entro il 2010 si aspetta che un quarto di tutte le vendite a livello mondiale saranno digitali.
I brani disponibili online sono ormai quattro milioni accessibili attraverso 500 piattafome in circa quaranta paesi, ma la parte del leone la fa ancora iTunes di Apple. Il 2006 ha visto una forte crescita della musica scaricata da telefonino che rappresenta la metà dei ricavi totali. Il 2007 potrebbe rappresentare una svolta importante per il settore. Infatti, JupiterResearch prevede che nel 2011 la spesa negli Usa per la musica digitale raggiungerà i 2,5 miliardi di dollari.
Il
rapporto “Us Music Forecast, 2006-2011” evidenzia che questo settore
crescerà a una media del 16% annuo per i prossimi cinque anni. Nel 2011
le vendite di musica digitale rappresenteranno il 22% della spesa
totale dei consumatori Usa per la musica. Le vendite digitali però non
compenseranno le perdite derivate dalla vendita di Cd. Un punto dolente
per la musica online è rappresentato dalla pirateria.
Per approfondimento
File
Digital Music Report 2007 (Fonte: Ifpi – file Pdf in lingua inglese)
Scritto: da LuisB
L’Onu ha reso indelebile il loro ricordo nel 1998, proclamando il 25 novembre, anniversario della loro morte, la giornata internazionale contro la violenza alle donne. Belgica Adele Mirabal, più conosciuta come Dedé, è l’unica sorella sopravvissuta ed ha recentemente aiutato Julia Alvarez nella stesura di “Il tempo delle farfalle” in cui si racconta la storia delle Mirabal, soprannominate “Les Mariposas” (Le farfalle) per bellezza e vivacità. Uccide più donne la violenza subita dal partner che non il cancro, gli incidenti stradali o le guerre: questa l’angosciante realtà presentata dal Consiglio d’Europa. La violenza familiare, in altre parole, per le donne tra i 16 e i 44 anni, in Europa, è la prima causa di morte. Anche in questo caso, evidentemente, non stiamo parlando di ciò che accade nel Paesi più poveri e marginali del mondo: ogni 4 minuti una donna viene violentata in America e nella progredita Svezia ogni 10 giorni una donna viene uccisa. Alcune delle vittime hanno subito stupri ed altre forme di violenza sessuale per due o tre volte, nel corso della guerra, ad opera di differenti fazioni. Altre sono state stuprate anche per numerose volte di seguito dai medesimi combattenti o usate per mesi o anni come schiave del sesso. Almeno una donna su cinque subisce nel corso della sua vita uno stupro o un tentativo di stupro; una su quattro fa l'esperienza di essere maltrattata da un partner o ex partner; quasi tutte le donne hanno subito una o più molestie di tipo sessuale: telefonate oscene, esibizionismi, molestie sul lavoro e così via. Violenze diverse possono essere fra loro connesse; la violenza contro le/i figlie/i, ad esempio, è spesso accompagnata da violenza domestica contro la madre. I dati italiani, purtroppo, non si differenziano molto da quelli di altri Paesi: sono nella nostra memoria cronache recenti o recentissime che riportano come il genere femminile sia esposto ad una serie molto alta di “rischi sessuati”. In fondo, come afferma il rapporto del Consiglio di Europa, é ormai chiaro che la violenza sulle donne non si manifesta solo in un contesto già per altre ragioni definibile criminale a causa della commissione anche di altri reati da parte dell’autore, o in un ambito segnato da diversa patologia: nemmeno l’ipotesi che la violenza contro le donne sia l’effetto di degrado socioculturale ottiene ormai grandi crediti. E’ illusorio pensare che future generazioni possano, fisiologicamente, e senza una profonda riflessione critica estesa a tutti, vivere una condizione di parità e di rispetto rifiutando ciò che ormai apparterrebbe al passato: perché purtroppo il passato é ancora attualità. Le scienze sociali non potranno mai dirci i numeri esatti di questa situazione: il sommerso é, e sarà, ancora notevole. Tutti noi sappiamo anche che per molte donne il silenzio non è solo un sacrificio di sé nel rito del bilancio esistenziale, ma anche una forma di autodifesa dalla frustrazione che provoca il fatto di essere picchiata, violentata o anche solo denigrata proprio dalla persona con cui si è deciso di trascorrere perlomeno una parte significativa della propria vita. La vera scommessa per il futuro sarebbe proprio il poter constatare non solo, come ovviamente é auspicabile, una costante diminuzione del fenomeno, ma anche un innalzamento dell’ età media degli autori di violenza nei confronti delle donne, e di quella delle loro vittime, potendosi da ciò almeno in parte dedurre che presso le nuove generazioni si é intanto diffusa una diversa cultura legata al genere. 1 donna su 3, nel mondo, è picchiata, abusata o stuprata nel Terzo Mondo, ogni minuto, una donna muore per conseguenze legate alla gravidanza e al parto le donne rappresentano il 63% degli analfabeti nel mondo Perchè non dovrei esistere liberamente in un mondo di donne e uomini? Chi non vuole? Per approfondimento Manuale per l’apertura e la gestione di un centro antiviolenza, 2004 La Rete Europea di Centri antiviolenza WAVE (Women Against Violence in Europe) - in collaborazione con i Centri antiviolenza del Portogallo, Romania, Ungheria, Germania, Austria, Grecia, Italia, tra cui la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna - ha stilato questo Manuale secondo gli standard europei. E' stato tradotto in cinque lingue, ed è uno strumento utilissimo per chi intende aprire un rifugio o migliorare i servizi di un centro antiviolenza già esistente. (in lingua italiana).manual_ital_end.pdf Nuestras Hijas de Regreso a Casa è un’associazione che riunisce i familiari delle donne uccise e scomparse a Ciudad Juarez. (in lingua italiana) mujeres_de_juarez.pdf Sono già più di 430 donne le donne assassinate a Ciudad Juarez nello stato di Chihuahua in Messico e più di 600 quelle scomparse dal 1993 secondo lo stesso rituale: rapimento, tortura, sevizie sessuali, mutilazioni, strangolamento. Il clima di violenza e impunità continua a crescere senza che al momento si siano fatte azioni concrete per mettere fi ne e chiarezza a questa situazione. Link Amnesty International – Campagna “Mai più violenza sulle donne” Ufficio Pari Opportunità della presidenza del consiglioScritto: da LuisB
Ormai sono passati 45 anni quando Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, eroine della lotta di liberazione della Repubblica Dominicana dal dittatore Trujillo, vennero violentate e uccise a Santo Domingo per avere fatto visita a dei prigionieri politici. Oggi sono il simbolo internazionale della battaglia contro la violenza alle donne.
Il problema della violenza alle donne, spesso sottovalutato, è purtroppo all’ordine del giorno. Basti considerare che su scala mondiale una donna su tre viene picchiata, abusata o stuprata. In occasione della giornata internazionale contro la violenza alle donne.
Amnesty International denuncia situazioni particolarmente gravi e spesso sconosciute all’opinione pubblica, come il fenomeno degli stupri nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) orientale, che rappresenta una crisi dei diritti umani oltre che sanitaria: decine di migliaia di donne, ragazze, bambine, ma anche persone di sesso maschile, hanno subito stupri e torture in modo sistematico nella RDC orientale, la cui terra e le cui risorse sono state oggetto di contesa di oltre venti gruppi armati.
Alcune forme si trovano in molte culture (stupro, violenza domestica, incesto), altre sono specifiche di alcuni contesti (mutilazioni sessuali, omicidi a causa della dote, ecc.). Spesso la violenza agita contro le donne è una combinazione di diversi tipi di violenze; un esempio è rappresentato dalla violenza domestica dove intervengono generalmente violenza fisica, psicologica, sessuale, economica e a volte spirituale.
E, come sempre accade, il dito è puntato sulla sensibilizzazione, sull’attenzione, sulle ottiche di prevenzione: materiale prezioso, specialmente per il progetto futuro. Però oggi - così come ieri - quasi sempre le vittime conoscono il loro aggressore e le violenze più gravi e reiterate avvengono proprio nel chiuso delle famiglie.
Le commemorazioni in questi giorni, per non essere sterili, devono servire a promuovere tante e costanti occasioni in cui dibattere il problema, ammettere consapevolmente il rischio, valutare i primi segnali di una possibile aggressione maschile. Perché forse gli anni passano, la coscienza femminile aumenta, ma la consapevolezza maschile di generare violenza invece no, non cresce.
Mujeres de Juarez
Telecom Italia è la realtà nazionale nel settore della telefonia e da sempre I suoi punti di forza rientrano nell'innovazione, nella qualità del servizio e nell'attenzione alla clientela. Ciò consente a Telecom di essere uno dei più forti gruppi industriali in Europa per solidità finanziaria e redditività. Fanno parte del gruppo Telecom Italia anche Tim, Olivetti Tecnost, Telecom Italia Lab e realtà nuove come Telecom Italia Media. Il punto di forza all'estero è Tim, soprattutto in America Latina e particolarmente in Brasile, dove lavora alla creazione della prima rete GSM del continente. In Europa l'obiettivo di Telecom è quello di espandere la copertura dell'offerta a banda larga in alcune delle aree metropolitane europee ad alto potenziale di sviluppo.
A tal fine Telecom Italia ha realizzato una rete in fibra ottica, con alte capacità di trasmissione, per unire 9 paesi. Telecom Italia ha raggiunto un accordo con Time Warner Inc per l'acquisizione di AOL Germania. L'operazione del valore di 675 milioni di Euro sarà finalizzata successivamente all'autorizzazione delle autorità competenti. Telecom Italia diventerà quindi il secondo operatore broadband tedesco, con 2 milioni di accessi a banda larga su un totale di 3,2 milioni di clienti. I clienti in Europa per Telecom Italia, presente anche in Italia, Francia e Olanda, raggiungeranno quota 9 milioni. Questa acquisizione rappresenta un successivo passo in avanti del Gruppo Telecom Italia nella sua strategia di focalizzazione sull'offerta di servizi e contenuti a banda larga su scala internazionale. Partendo dall'acquisizione di Hansenet, avvenuta nel 2003, infatti, la nostra presenza in Germania si è andata progressivamente rafforzando fino a questo importante accordo di co-branding con AOL.
Il fatturato dei primi sei mesi del 2006 ha raggiunto i 15,33 miliardi di euro, con una crescita del 5,6% rispetto alla prima metà del 2005. La crescita organica della posta è stata del 2,6%. Stabile il margine operativo lordo, arrivato a 6,52 miliardi di euro. La crescita frazionale (+0,5%) è più bassa rispetto a quanto hanno pensato i vertici dell’azienda. Il management, infatti, riteneva plausibile arrivare, per l’intero 2006, a una quota compresa tra il 3% e il 4%. In deciso calo, invece, l’utile netto, sceso del 15,7% a quota 1,49 miliardi di euro. A pesare sul confronto tra le ultime righe del conto economico la plusvalenza registrata nei primi mesi del 2005 quando la società vendette Tim Hellas. L’esposizione debitoria, alla fine del primo semestre, era di 41,3 miliardi di euro. Ma i vertici, convinti della bontà della gestione, hanno comunque confermato i loro obiettivi sui target già indicati nei mesi scorsi, che parlano di un debito di 38 miliardi di euro alla fine dell’anno in corso e di 33,5 miliardi per la fine del 2007.
A giudizio di molti analisti il rating di Telecom soffre di un taglio, cosi il titolo passa da “equal weight” (in linea con il mercato) a “underweight” (sottopesare). Viste al ribasso anche le stime sull’utile per azione del 2007 del 4% circa. La ragione di questo downgrade generalizzato è da ricercare nella poca fiducia del mercato nella possibilità che Telecom Italia riesce a ridurre i costi corporate. Inoltre, la tanto annunciata riorganizzazione societaria, secondo gli esperti, “faticherà” a creare valore per il gruppo. Gli elevati dividend yield non sono sufficienti per compensare il continuo deterioramento dei fondamentali e l’assenza di catalizzatori. Sarà difficile conciliare l’impostazione governativa, propensa a far rimanere la società italiana, e quelli che sono i desideri, ancora non conclamati però, di Olimpia (sostenere i prezzi con la cessione di asset).
Tim c’è un considerevole valore nascosto e quindi l’unico problema è che gli investitori strategici futuri del gruppo, come News Corp e Time Warner, sono a questo punto una remota possibilità e la vendita di Tim porterebbe a “cristallizzare significativo valore e portare a maggiori dividendi.
Le dimissioni di Marco Tronchetti Provera e l’arrivo di Guido Rossi dovrebbero facilitare l’approvazione del piano industriale da parte del Governo italiano. L’eventuale vendita della divisione mobile Tim potrebbe sollevare momentanee preoccupazioni, qualora non fosse venduta a premio sulla valutazione degli esperti, circa 31 miliardi di dollari.
Scritto: da LuisB
Le attività sporadiche di prevenzione nell’Europa sud-orientale non bastano a proteggere i bambini che cadono preda dei trafficanti, e si basano troppo su una generica presa di coscienza del fenomeno, cosi anche la necessità di concentrarsi non più sulla repressione ma sulla prevenzione. I bambini dell’Europa sud-orientale cadono vittime del traffico perché le attività di prevenzione sono troppo scarse e troppo tardive e rimangono intrappolate in un labirinto senza vie di fuga. Si può fermare il traffico prima che inizi ma anche se perseguire i colpevoli e liberare i bambini già presi nelle maglie del traffico contribuisce a sconfiggere il crimine, non basta a fermarlo. Ora occorre concentrare gli sforzi sulla prevenzione per impedire, anzitutto, che il crimine avvenga.
Recenti rapporti della Unicef e di altre autorevoli organizzazioni internazionali che si occupano della protezione e sostegno alla infanzia e agli adolescenti rilevano che le campagne di sensibilizzazione sono spesso sbagliate, fuorvianti e non sistematiche. Alcune usano immagini stereotipate di uomini in agguato nell’ombra, mentre in realtà i trafficanti sono spesso familiari o amici, altre trascurano le forme di traffico a fini diversi dallo sfruttamento sessuale, per esempio per il lavoro domestico, l’elemosina o il furto.
La maggior parte dei messaggi sono rivolti agli adulti anziché ai bambini e quindi danno poca o nessuna informazione su come i bambini potrebbero proteggersi, a chi rivolgersi o dove chiedere aiuto. Il traffico di bambini può essere combattuto solo affrontando le cause alla radice del problema e i modelli di domanda e offerta che governano il ciclo, afferma il rapporto. Povertà, abuso, esclusione ed emarginazione, tutti conosciamo le cause alla radice del fenomeno, sappiamo chi sono i bambini a rischio e da dove vengono. E’ chiaro che per costruire una rete di protezione per i bambini solida ed efficace dobbiamo andare alla fonte, ascoltare cosa i bambini hanno da dire sulla questione e colmare i nostri vuoti di conoscenza sulle modalità del traffico e le carenze di approcci e messaggi.
Più di una volta si sono perse occasioni per prevenire o fermare il traffico. Governi e organismi per contrastare i predatori dovranno velocemente diventare organizzati e flessibili quanto loro. Per affrontare questa situazione si chiede in tempi stretti la realizzazione di una rete di servizi e sistemi armonizzati tra loro, sincronizzati e senza falle o sovrapposizioni, sia internamente sia tra stati diversi, per proteggere i bambini, e sottolinea gli obblighi in tal senso per gli stati e per genitori, tutori e personale che ha rapporti professionali coi bambini (funzionari di dogane, polizia di confine, insegnanti, operatori sociali e sanitari, ecc.), ai sensi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e di altri strumenti normativi internazionali.
Occorre inoltre raccogliere e condividere estesamente, al di là dei confini nazionali, indicatori e dati standardizzati e comparabili. L’accento posto su sensibilizzazione e prevenzione ha contribuito alla mancanza di risorse disponibili in molti paesi per la raccolta di dati e l’analisi delle modalità e delle tendenze. Ma il punto è che senza dati aggiornati si lavora al buio, ed è difficile prevenire che qualcosa avviene se non sai cosa succede là fuori.
Scritto: da LuisB